A Giorgio, amico insostituibile.

“Te pozzo abbraccia’?” Mi guardasti incredulo e mi dicesti: “E vieni” accogliendomi con le braccia aperte e un meraviglioso sorriso.
Era l’estate del 2013, il 9 luglio, ed eravamo a Capalbio, seduti allo stesso tavolo bevendo vino rosso e mangiando arrosticini, per festeggiare il compleanno di un amico comune. Stavamo parlando da una decina di minuti quando, con fare disarmante, ti chiesi se potevo abbracciarti, fu quello il tempo che ci volle, a me e a Luciana, per innamorarci di te. Quella sera ci scegliemmo ed entrammo l’uno nella vita dell’altro per non uscirne più. Ci (ri)conoscemmo nel dialetto e nelle passioni della nostra amara terra, ad accomunarci era un’infinita curiosità che ci faceva parlare per ore di qualsiasi cosa, a telefono o di persona, ancora meglio se davanti a un buon piatto e a un buon bicchiere di vino rosso. I tuoi piatti erano pura poesia, raffinati equilibri di sapori accompagnati da infinite storie che ascoltavamo pendendo dalle tue labbra. Piatti squisiti che con grande generosità offrivi ad amici e conoscenti. Ma a colpirmi era soprattutto il tuo modo di pianificare il tutto nei minimi dettagli. Organizzare una cena per te era una cosa serissima a partire dalla scelta delle posate, dei piatti, della tovaglia e ovviamente del menù. Eri un cacacazzi unico. Sempre pronto a mandare affanculo, con stile e ironia, chiunque non la pensasse come te, ma allo stesso tempo sempre pronto ad ascoltare un punto di vista diverso dal tuo, aperto al dialogo e al confronto con la curiosità di un bambino desideroso di conoscere il mondo. E con questo spirito ci siamo raccontati la vita: segreti, paure e sogni e mi hai aiutato in ogni modo e momento come solo un padre sa fare, mettendo da parte i tuoi problemi e le tue infinite preoccupazioni, soprattutto per il futuro di Flora e Tomas.

Non dimenticherò mai quando venisti a trovarmi a Napoli, il 5 ottobre del 2017, in uno dei momenti più difficili della mia vita, e dopo una splendida pizza da Ciro Oliva alla Sanità e un caffè con altri due amici, andammo da soli a prenderci un succo di mirtillo in un bar fuori all’Accademia. Avevi bisogno di parlarmi e con le lacrime mi confessasti che eri seriamente preoccupato per il mio futuro e che per te ero diventato un ulteriore pensiero. Per rassicurarti ti abbracciai forte dicendoti che in qualche modo avrei fatto. Poi dopo un po’ arrivò la morte di papà a cambiare per sempre il mio sguardo… Non mi lasciavi mai solo, nonostante i tuoi mille problemi. Ci sentivamo quotidianamente per cose serie e cazzate, ogni scusa era buona per sentire la tua voce o semplicemente leggerti su whatsapp e Messenger. A te chiamavo quando volevo sapere come si cucinava qualcosa, quando ero angosciato per colpa del lavoro, quando ho avuto problemi in amore e quando mi serviva un consiglio per una scelta importante. E l’ultima volta che ci siamo sentiti è stato due giorni prima che te ne andassi, mi avevi raccontato l’ultima disavventura in ospedale. Era da un po’ che mi lanciavi segnali perché in cuor tuo lo sapevi e forse lo sapevo anch’io, ma cercavo sempre di sdrammatizzare come l’ultima volta che ci siamo visti a Roma dove con forza ti ho mandato affanculo quando mi hai confessato che non ce la facevi più. Non riuscivo ad accettarlo e come me, Flaviano, Marzia, la famiglia e ovviamente la tua bellissima Rosaria, facevamo di tutto per scacciare quel pensiero. Ci siamo lasciati con una promessa… sapevi del mio primo concerto a Napoli, dopo tanti anni, per il disco nuovo. E così mi hai detto: “Se riesco ti faccio una sorpresa.” Ed io ti ho risposto che mi avresti fatto la persona più felice del mondo… Subito dopo ci saremmo organizzati per passare qualche giorno a Pescia. Ma non ce l’hai fatta perché nel cuore della notte del 3 marzo ci hai lasciato senza avvisarci e oggi siamo tutti più soli. Quella notte non ho dormito e solo il giorno dopo ho capito il perché, nel peggiore dei modi, leggendo su facebook quello che non avrei mai voluto leggere.